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WineNews
N. 4.512 - ore 17:00 - Martedì 7 Luglio 2026 - Tiratura: 31.289 enonauti,
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La News
Le prime “3 Uve” Michelin
I mitologici Domaine de la Romanée-Conti e Domaine Leroy, insieme a Domaine de Cécile Tremblay, Domaine Dugat-Py e Domaine Roumier, dalla Côte de Nuits; e ancora cantine leggendarie come Domaine d’Auvenay, Coche-Dury, Domaine Jean-Marc et Thomas Bouley e Domaine Hubert Lamy: sono grandi classici del vino di Borgogna le prime 9 cantine della storia a fregiarsi delle “3 Uve”, il massimo riconoscimento dedicato al mondo del vino lanciato dalla Guida Michelin (che “valorizzano produttori d’eccezione: qualunque sia l’annata, gli appassionati possono orientarsi verso le produzioni dell’azienda con piena fiducia”) e svelato, oggi, a Digione.
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Primo Piano
Il calo dell’export di vino colpisce non solo le cantine, ma tutto un territorio: il “caso” Verona
“Capitale della Valpolicella”, ma che si affaccia su altri distretti del vino importanti come quelli del Soave e del Lago di Garda, e “capitale del vino italiano”, grazie a Vinitaly, l’evento internazionale di riferimento del settore, Verona, tra le città d’arte italiane più visitate, Patrimonio Unesco, è legatissima al vino per storia, cultura ed economia, perché è il vigneto urbano più grande del Belpaese ed il suo territorio è n. 1 per valore dell’export e della produzione enoica. Nella “buona e nella cattiva sorte”, perché, se in fase di espansione l’economia vinicola ha arricchito la città e il suo territorio, ora, nel complesso periodo che il mercato del vino sta vivendo, a risentirne non è solo il bilancio delle cantine. Tanto che, con un calo delle esportazioni ipotetico del -5%, il danno economico per Verona ed il suo territorio ammonterebbe a 261 milioni di euro, mentre con un calo intorno al -7% (come sta avvenendo in questa prima metà 2026), la perdita arriverebbe a 366 milioni di euro. Scenari disegnati dallo studio condotto da Economics Living Lab, spin-off dell’Università di Verona (Dipartimento di Scienze Economiche), ed illustrato, ieri, alla Camera di Commercio di Verona che lo ha commissionato (e che, nelle ipotesi più estreme, prevede danni economici fino a -1,3 miliardi di euro). Una case history, quella di Verona - città che, comunque, vive anche di altri business importanti, dalla logistica alla manifattura, per esempio, e capitale anche della lirica italiana grazie all’Arena - che deve far riflettere in maniera profonda sui possibili impatti di un’ulteriore contrazione del business del vino in territori in cui questo rappresenta il principale, se non l’unico, motore economico. Un quadro (in approfondimento), quello fornito, ieri, dal professor Francesco Pecci nel “Forum sul futuro del vino” (che ha visto sul palco, tra gli altri, Pierluigi Guarise, ad Collis Veneto Wine, Roberta Corrà, dg Gruppo Italiano Vini-Giv, Michele Tessari dell’azienda vitivinicola Ca’ Rugate, Giangiacomo Gallarati Scotti Bonaldi, presidente Federdoc e Alessandro Rossi, National Category Manager wine Partesa), che tiene conto non solo delle potenziali perdite delle imprese vinicole, ma anche dei fornitori, della comunità che lavora e trae beneficio da un comparto storicamente contraddistinto da un forte valore aggiunto.
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La Banca Nazionale delle Terre Agricole
Ci sono 253 terreni in vendita per 8.863 ettari e un valore a base d’asta di oltre 121 milioni di euro, cui si aggiungono 266 terreni appartenenti al lotto permanente, per 5.271 ettari, portando, così, ad oltre 14.000 ettari il patrimonio fondiario disponibile. Terreni distribuiti su tutto il territorio nazionale, con una significativa concentrazione nel Mezzogiorno, tra Sicilia (27% della superficie in vendita), Puglia (12%), Toscana (10%), Basilicata (9%) e Umbria (8%). Sono i numeri della Banca Nazionale delle Terre Agricole edizione n. 9, lo strumento con cui Ismea valorizza il proprio patrimonio fondiario, favorisce il ricambio generazionale e sostiene lo sviluppo dell’agricoltura italiana, in attuazione degli indirizzi del Governo Meloni e del Ministero dell’Agricoltura (con la fase vetrina fino al 31 agosto, e le offerte dal 14 settembre). 
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Focus
Usa, il mercato cambia. Anche nella distribuzione
Spinto dalla contrazione dei consumi e dalla perdita del volume d’affari legata anche ai dazi, visto che, come ricordato di recente dall’Us Wine Trade Alliance, il vino importato vale il 60-70% del business negli States, il mercato americano sta vivendo un profondo e dinamico processo di ristrutturazione interna. Che vede, spesso, realtà della distribuzione e dell’importazione più o meno grandi cedere rami di azienda, abbandonare alcuni mercati, sciogliere partnership e crearne di nuove, lasciando spazio a nuovi percorsi. Come succede in queste ore, per esempio, con la Republic National Distributing Company, distributore tra i più importanti, che ha già ceduto e sta cedendo business units in diversi Stati americani. Una decisione che ha portato Wilson Daniels, uno dei più storici e prestigiosi distributori Usa - che lavora con cantine italiane di primissimo piano come Arnaldo Caprai, Biondi-Santi, Benanti, Bisol1542, Gaja, Cogno, Castello di Volpaia, Dal Forno Romano ed Elena Walch, tra le altre - a stringere due nuove partnership, una con Reyes Beverage Group come suo distributore esclusivo in 7 Stati (Arizona, Colorado, Hawaii, Lousiana, Oklahoma, Texas e Virginia), ed una con Johnson Brothers in altri 5 Stati (Indiana, Nebraska, North Dakota e West Virginia).
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Cronaca
I bistrot francesi sognano l’Unesco
Luoghi che profumano di storia, identificativi come pochi altri, tappa obbligatoria a Parigi (e non solo), culla di socialità e vita, “casa” di tanti intellettuali che hanno contribuito a cambiare il mondo, ritrovo per gente di ogni età, lavoro e fascia di reddito. Troppo riduttivo catalogare i bistrot come dei semplici locali dove bere un caffè, un calice di vino o fare un pranzo veloce perché, nelle loro sale, spesso eleganti e ricche di stile, c’è il Dna della Francia. Dove, per salvaguardarli, si sta pensando alla candidatura a Patrimonio Culturale Immateriale Unesco.
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Wine & Food
I vini del “Genio italiano” in treno: la partnership tra Leonardo da Vinci Spa (Caviro) e Italo
I vini del “Genio italiano” viaggiano veloci sui treni di Italo: una selezione di etichette della Leonardo da Vinci Spa, che fanno parte di Tenute Caviro (azienda di proprietà del Gruppo Caviro, la più grande cooperativa vitivinicola italiana), saranno, infatti, presenti con una selezione sui treni ad alta velocità di Italo, a bordo (in particolare con il Pignoletto Spumante Brut Emilia-Romagna Doc) e nelle Lounge Italo Club (con una carta dedicata che include il Sangiovese Superiore Riserva Romagna Doc, il Chianti Riserva Docg e il Vermentino Toscana Igt). “Abbiamo selezionato vini capaci di raccontare l’identità dei territori che i treni Italo attraversano quotidianamente. Ogni brindisi diventa così un omaggio alla storia e alla capacità italiana di fare sistema attraverso le sue eccellenze”, ha commentato Giovanni Lai, dg Leonardo da Vinci Spa e Tenute Caviro.
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WineNews.tv
La mixology italiana cresce come non mai, anche grazie al vino come ingrediente
Le bollicine, dal Prosecco all’Asti, ma non solo, dettano legge. Ma in tanti puntano anche sulla rivisitazione di grandi classici. Grappa inclusa, come racconta la case history di Nonino. Come hanno raccontato, a WineNews, bartender e critici, con il vino italiano che diventa sempre più co-protagonista di un modo di bere che piace ai giovani di tutto il mondo, ed è capace, a suo modo, di valorizzare tipicità e territorialità, contaminandosi con altri ingredienti, sapori, aromi e modi di intendere la convivialità, guardando sempre all’esaltazione del gusto, e al bere con misura.
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