Se questo messaggio non è visualizzato correttamente clicca qui |
N. 4.467 - ore 17:00 - Lunedì 4 Maggio 2026 - Tiratura: 31.289 enonauti, opinion leader e professionisti del vino | |
|
|
| | | Non tanto la conservazione di un patrimonio, quanto la sua diffusione nel mondo attraverso la politica, la diplomazia e il coordinamento di tutto un comparto verso un unico fine: inquadrare la viticoltura del Paese come un sistema culturale, inserito nell’agenda pubblica nazionale ed internazionale, che non comprende solo la produzione e l’export di vino, ma che integra anche paesaggio, comunità e identità, evidenziando il legame con le proprie radici. Con un documento firmato dal Ministero degli Esteri, il Ministero della Cultura e l’Inavi, Instituto Nacional de Vitivinicultura, l’Uruguay ha lanciato il programma “Vitivinicultura como Cultura Viva del Uruguay”. | |
|
| | C’è oggi un modo per arrivare a progettare un processo produttivo vitivinicolo a “emissioni zero” e senza scarti? Forse non siamo ancora pronti per l’obiettivo “zero”, ma la ricerca sta facendo passi in avanti molto importanti (e veloci) per abbattere notevolmente emissioni e scarti produttivi in vigneto e cantina. Obiettivo del progetto “BluWine”, presentato dalla Facoltà di Scienze Agrarie e Alimentari dell’Università degli Studi di Milano con Assoenologi, che coinvolge 60 ricercatori di 9 istituzioni internazionali tra università e centri di ricerca partner del progetto finanziato dalla Ue (per 700.000 euro) nel quadro del programma di Marie Skłodowska-Curie Actions - Staff Exchange (Msca-Se). Non stiamo parlando, ovviamente, di nuove variazioni cromatiche del colore del vino, ma “dell’applicazione dei concetti e della filosofia della blue economy al settore vitivinicolo - spiega la professoressa Daniela Fracassetti, dell’Università di Milano e coordinatrice del progetto - promuovendo un approccio olistico all’obiettivo di rendere la filiera vitivinicola più sostenibile lungo tutte le sue fasi, dalla produzione dell’uva alla vinificazione, fino al recupero delle risorse e alla valorizzazione dei sottoprodotti, attraverso l’integrazione di innovazioni in viticoltura ed enologia, recupero degli scarti e sviluppando soluzioni a basso impatto ambientale capaci di migliorare al contempo qualità, efficienza e resilienza del settore”. Un progetto, dunque, come raccontato da un pool di ricercatori delle Università degli Studi di Milano e Torino, che promuove ricerca, ma anche una nuova visione della sostenibilità del settore vitivinicolo, “che va inquadrata all’interno di una visione di insieme che caratterizza il “pensiero blu” di Gunter Pauli - continua Fracassetti - dobbiamo iniziare a ragionare in termini di ecosistema dove il green si apre all’economia circolare, evolve nel blue integrandosi con gli altri pilastri della Esg, cioè la dimensione sociale e di governance”. Riduzione del 30% della chimica in vigna, a partire dai fitofarmaci, riduzione dell’etanolo anche attraverso lieviti ad hoc, ma non solo, dimezzamento della water footprint, ovvero del consumo di acqua lungo la filiera, e riciclo di oltre il 60% degli scarti e dei sottoprodotti della vinificazione, sono le linee di azione del progetto. | |
|
| | “Se il mondo vivesse come gli italiani, nel 2026 avremmo “esaurito” le risorse del Pianeta il 3 maggio”. A lanciare l’allarme sull’“Overshoot Day Italiano”, nei giorni scorsi, è stato il Wwf Italia, la più grande organizzazione mondiale dedicata alla conservazione della natura fondata nel 1961 in Svizzera, e nel 1966 - 60 anni fa - in Italia da Fulco Patresi. Ma le cui basi furono gettate qualche anno prima, quando il Marchese Mario Incisa della Rocchetta, “padre” del Sassicaia nella Tenuta San Guido a Bolgheri, nel 1959, destinò parte della sua proprietà ad un’area protetta, il primo rifugio faunistico privato d’Italia. L’iniziativa fu successivamente formalizzata dal Wwf Italia, di cui lo stesso Incisa fu tra i fondatori e di cui divenne primo presidente: “in principio fu Bolgheri, poi venne il Wwf Italia”, ebbe modo di dire, in seguito, Pratesi. | |
|
| | | Nato come “vino da Messa” dei frati Francescani, il Sagrantino di Montefalco oggi è il simbolo, nel calice, di un’Umbria profonda e spirituale, ma anche uno dei rossi italiani che più negli ultimi decenni ha saputo reinventarsi senza perdere identità. Pilastro ampelografico ed economico di un territorio rilanciato grazie alla cantina Caprai, guidata da Marco Caprai (che ne è ancora il vertice, con la maggioranza della proprietà oggi del gruppo Angelini Wines & Estates), a partire dagli anni Ottanta del Novecento, che oggi, nei numeri del Consorzio Vini Montefalco, si traduce in 380 ettari rivendicati a Montefalco Sagrantino Docg (per una produzione 2025 di 1,3 milioni di bottiglie), 510 a Montefalco Doc (3,2 milioni di bottiglie) e 50 ettari dedicati al bianco del territorio, lo Spoleto Doc (prodotto nel 2025 in 416.000 bottiglie), con vini che, per il 12,5%, prendono la via dell’export. Da un territorio che vede il 56% delle cantine già certificate biologico, o in fase di conversione, ed il restante 44% avere, comunque, una qualche certificazione di sostenibilità ambientale. Numeri che arrivano dal recente evento “A Montefalco”, by Consorzio Vini Montefalco, che ha messo sotto i riflettori l’annata 2022 del Sagrantino di Montefalco, giudicata da 4 stelle su 5 (92 centesimi su 100, in approfondimento i nostri migliori assaggi). | |
|
| | | Un settore capace non solo di trainare occupazione e consumi, ma anche di sostenere filiere di qualità, valorizzare i territori e custodire quel patrimonio enogastronomico d’eccellenza che trova nei ristoranti il suo sbocco naturale. È in questo contesto che il Senato ha approvato in via definitiva, nei giorni scorsi, la Legge che istituisce la “Giornata della Ristorazione” (16 maggio), consacrando il settore nell’ordinamento italiano e riconoscendone ufficialmente il doppio valore, economico e culturale. | |
|
| | Andiamo a mangiare una pizza? Quello che per decenni è stato un invito semplice, trasversale e rassicurante, oggi suona sempre meno scontato, perché il rito popolare per eccellenza sta diventando più caro, diseguale e imprevedibile, soprattutto per le famiglie italiane: l’analisi dei prezzi di pizza & bibita in 30 città italiane mostra, infatti, un trend di forti aumenti, con un +4,4% sul 2025 e un +26% sul 2021, certificando come il costo della pizzeria cresca molto più rapidamente dell’inflazione. Bolzano è la città dove una pizza con bibita costa mediamente di più, 15 euro, seguita da Palermo e Sassari, entrambe oltre i 14,50 euro, mentre Reggio Calabria è la più economica co 9,50 euro. Sono questi i dati aggiornati dell’Osservatorio Prezzi e Tariffe del Ministero delle Imprese e del Made in Italy riportati da Altroconsumo. | |
|
| | | Con il vino italiano che cerca di diversificare le sue rotte, lo stato dell’arte secondo operatori che arrivano dai quattro angoli del mondo. Dagli Usa al Canada, dalla Polonia all’Argentina, del Perù alla Cina, dal Vietnam a Singapore, tra i grandi classici di Toscana, Veneto e Piemonte che sono le certezze, e quasi sempre le chiavi per aprire nuovi mercati, e la ricerca di novità da Puglia, Sicilia, Calabria e non solo, in uno scenario di mercato che evolve in maniera velocissima, così come cambiano i gusti dei consumatori, alla continua ricerca di novità. | |
|
|
|