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WineNews
N. 4.434 - ore 17:00 - Lunedì 23 Marzo 2026 - Tiratura: 31.289 enonauti,
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La News
Export, il 2026 parte in frenata
Come da attese, l’avvio del 2026 non è stato positivo per le esportazioni made in Italy. E se i dati di gennaio 2026, in dettaglio, si conosceranno il 17 aprile, dalla nota Istat sul commercio con l’estero e prezzi all’import, emerge che se il made in Italy nel complesso vede un calo del -4,6% a gennaio 2026 sullo stesso mese 2025, l’agroalimentare fa -7,7%, dato su cui pesa in maniera particolare il -26,4% del comparto negli Usa. Dati sottolineati dal presidente Ita-Italian Trade Agency, Matteo Zoppas: “diventa ancora più importante rafforzare la presenza delle imprese italiane nei mercati ad alto potenziale”.
Approfondimento su WineNews.it
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Primo Piano
I dazi Usa sul vino nel 2025 hanno avuto un valore di 492,2 milioni di dollari
Un export che scende tra i principali produttori di vino al mondo, dall’Italia alla Francia fino alla Spagna, solo per citare i “big 3”, preoccupazioni per un futuro ancora incerto e su cui gravano anche altri fattori ormai noti, dal cambiamento climatico al calo dei consumi, ma non solo, e che necessita anche di diversificare un mercato che, al momento, vede gli Stati Uniti insostituibili. Il mondo del vino ha passato un anno, il 2025, decisamente complicato e condizionato anche dal “terremoto” dei dazi. Ma quanto hanno portato, economicamente, agli Stati Uniti, i dazi voluti dal presidente americano Donald Trump e applicati anche al vino? Complessivamente, nel 2025, la cifra dei dazi Usa sul vino è ammontata a 492,2 milioni di dollari, dato che, dopo il coinvolgimento dell’Europa (il 2 aprile 2025 l’annuncio Usa dei dazi per il Vecchio Continente), è molto più grande di quello degli anni precedenti, e, quindi, da 81,8 milioni di dollari nel 2024 ai 78,7 del 2023, dai 95,3 del 2022 fino ai 134,6 milioni di dollari del 2021, ultimo anno in “tripla cifra” (a conclusione di un triennio, sotto la prima presidenza Trump, in cui erano in vigore i dazi al 25% sui vini di Francia, Spagna, Germania e Uk, ma non sui vini italiani, ndr). Un andamento fotografato dall’American Association of Wine Economists (Aawe) che cita come fonte lo U.S. Bureau Of Census, Usa Trade Online. Ma sono numeri che, però, pongono una domanda, alla luce anche della decisione della Corte Suprema, che ha stabilito l’illegittimità dei dazi Usa: “poiché non è chiaro chi abbia sopportato l’onere lungo la catena di approvvigionamento, chi dovrebbe essere rimborsato: produttori, importatori, distributori, rivenditori o consumatori?”, si interroga l’Aawe. Uno scenario, quello dei rimborsi (si stimano circa 130 miliardi di dollari complessivi in ballo), che appare tuttavia molto complesso, e la cui previsione sulla conclusione non è affatto scontata. Il mondo del vino italiano, ovviamente, è spettatore interessato, considerato che, nonostante i dazi applicati, gli Stati Uniti, restano saldamente, per l’export, il mercato leader per il vino del Belpaese, generando, nel 2025, un giro di affari di 1,75 miliardi di euro in valore (-9,1% sul 2024) per 339,5 milioni di litri (-6,2% sul 2024) nei volumi, secondo i dati Istat analizzati da WineNews.
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La Germania, “un mercato forte”
La Germania è uno dei principali mercati del vino mondiale, e stabilmente, da anni, il secondo mercato straniero per il vino italiano. Nel 2025, ha registrato 1,14 miliardi di euro di importazioni dal Belpaese, secondo i dati Istat. Ma non è un mercato facile, come raccontato da René Sorrentino, ad Ges Sorrentino, uno dei principali e storici importatori e distributori di vino italiano in Germania, guidato insieme al padre Francesco Sorrentino (13 milioni di bottiglie all’anno, con un fatturato di 47 milioni di euro), in un intervento realizzato per il Forum sul mercato del vino “Ripensare il vino: momenti e strategie per crescere in un mercato che cambia”, promosso dalla Società di Consulenza Enologica Chiasso-Cotarella, nei giorni scorsi all’Accademia Intrecci, a Castiglione in Teverina, della Famiglia Cotarella, e che abbiamo riportato su WineNews.
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Focus
Ranuccio Bianchi Bandinelli ispira il film sul viaggio di Hitler
Nel film si chiama con un altro nome, ma l’archeologo che accompagna Hitler nel suo viaggio in Italia nel 1938, insieme a Mussolini, protagonista del film “L’uomo che poteva cambiare il mondo”, è ispirato alla figura di Ranuccio Bianchi Bandinelli, studioso senese alla cui famiglia appartiene da secoli Villa di Geggiano, storica cantina del Chianti Classico. Nella pellicola, firmata dalla regista belga Anne Paulicevich, il suo personaggio è interpretato da Elio Germano: vengono ripercorsi gli storici giorni, dal 3 al 9 maggio 1938, in cui il Führer, con il suo seguito, fu portato dal Duce a visitare le città di Napoli, Roma e Firenze. Anni più tardi, Bianchi Bandinelli scrisse nei propri taccuini che aveva pensato in quei giorni di organizzare un attentato per uccidere Hitler: da qui il titolo del film. Bandinelli fu scelto non solo per la sua preparazione, ma anche perchè parlava fluentemente tedesco. Villa di Geggiano è la dimora della famiglia Bianchi Bandinelli, oggi Boscu, dal 1527. La produzione di vini pregiati risale al 1725, quando Niccolò Bandinelli produceva qui vini di alta qualità che esportava con successo nel Regno Unito. Tra i primi in Italia, Niccolò cambiò la percezione del vino Chianti da semplice prodotto agricolo destinato al solo uso domestico a raffinato prodotto per il piacere dell’alta società europea.
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Cronaca
Asta Finarte, il podio è tutto di Henri Jayer
Il podio è stato tutto appannaggio del mito di Borgogna Henri Jayer con la sua magnum di Richebourg Grand Cru 1985, che è si confermata il “top lot” aggiudicata a 37.820 euro, seguita da una bottiglia di Richebourg Grand Cru 1986 battuta a 10.980 euro e una bottiglia di Vosne Romanée Cros Parantoux Grand Cru 1996 venduta a 9.028 euro. Ma anche l’Italia ha saputo affermarsi grazie, soprattutto, ai grandi vini di Piemonte e Toscana come il Barolo Monfortino di Giacomo Conterno e il Brunello di Montalcino di Soldera Case Basse.
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Wine & Food
Sanguis Jovis n. 9 a tema “artificiale”: focus sull’uomo, che, con arte, migliora la natura
In un tempo in cui l’Ia occupa il centro del discorso pubblico, il termine rischia di essere ridotto alla sola accezione di stampo tecno-informatico. Ma “artificiale” non è il contrario di naturale, semmai è il modo umano di stare dentro la natura, interpretandola, assecondandola e correggendola, fino a trasformarla con intelligenza e tecnica: cioè con arte. E il vino è uno dei prodotti artificiali per eccellenza: figlio della natura che non esisterebbe senza il sapere, l’esperienza, la sensibilità e la cultura dell’uomo. La vite cresce, il vino si fa con arte multiforme. Scorrerà su questo doppio registro “Sanguis Jovis” n. 9 (6-10 luglio, a Montalcino), l’Alta Scuola del Sangiovese voluta dalla Fondazione Banfi, dal tema “Artificiale: Quando la mano dell’uomo migliora la natura”, ideato dai professori Attilio Scienza e Alberto Mattiacci.
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Il valore delle aziende familiari: tutela dell’eccellenza, dei valori, dei territori, del futuro
Le riflessioni di icone come Antinori, Tenuta San Guido, Pol Roger, Symington, Vega Sicilia e Famille Hugel, membri delle “Primum Familiae Vini - Pfv”, associazione di 12 cantine a guida familiare che mettono insieme 2.800 anni di storia. E fondano il loro agire sulla custodia della storia, la condivisione di valori, ed investimenti sul futuro per fare sempre meglio della generazione precedente, con la consapevolezza che i grandi vini vanno, da sempre, oltre le dinamiche del mercato, e sono di ispirazione per tutto il settore.
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